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28/08/2012

Os spaghettis da minha vida | Paolo Avico @ Vamos a matar, compañeros!


Paolo Avico é responsável pelo mais recente dos blogues dedicados à dissecação do western-spaghetti: Vamos a matar, compañeros! Um espaço que apesar de estar online apenas desde Junho, promete ser uma referência para os pesquisadores do western produzido na Europa na década de 60 e 70. O Paolo aceitou o desafio lançado e em tempo recorde discriminou os seus favoritos:

Una breve (anche perché in quanto ospite straniero, non vorrei far dannare troppo i gentili lettori con chilometriche elucubrazioni in italiano di difficile comprensione per la maggior parte dei frequentatori del blog!) e doverosa premessa.  Sono un amante del cinema a trecentosessanta gradi (e, a latere, della musica, l’altra grande passione della mia vita). Mi sono avventurato ad esplorare svariati generi cinematografici nei diversi periodi della mia esistenza. Nei primi anni dell’adolescenza (per la cronaca: compirò a breve 39 anni), sono forse stato più attratto da certo cinema “colto”, di matrice più intellettuale e concettuale ma maturando, pur senza rinnegare nulla del mio percorso cinematografico, ho realmente capito l’importanza, la pari dignità e la bellezza del cinema anche come puro intrattenimento. E che fare bene l’intrattenimento, a volte, è più difficile che far l’autore dalle velleità intellettualoidi. Oltre al fatto che, nell’alveo del cinema di genere, si nasconde tutto un sottobosco di abili, abilissimi artigiani della macchina da presa, capaci di girare signori film, con semplice (ma grande) mestiere nella grande maggioranza dei casi delle ipotesi, ma con sprazzi di genialità da grandi autori della celluloide in taluni casi. Da qui il mio interesse più o meno recente prima per il  noir americano degli anni ’40 e ’50 e per il polar francese (Jean-Pierre Melville rimane a tutt’oggi uno dei miei registi preferiti in assoluto, forse perché rappresenta l’ideale connubio tra il cinema d’azione e il cinema di concetto) e poi per il cinema di genere italiano degli anni ’60 e ’70 (giallo, poliziottesco, 007 all’italiana ecc.) e, segnatamente, per il c.d. spaghetti western  che ne è stata forse l’espressione più voluminosa, sia in termini quantitativi che qualitativi. Qua di seguito, dunque, un elenco di 10 + 1 fra quelli che ritengo gli spaghetti western a cui sono più affezionato, sottolineando tuttavia quanto mi sia costata la scelta… troppi sarebbero i film da inserire nelle lista e troppo dolorosa è stata l’esclusione di alcuni titoli ("Quien sabe?", "Faccia a faccia", "Gli specialisti", "Vamos a matar, compañeros", "I giorni dell'ira", "Bandidos", "10.000 Dollari per un massacro"", Per 100.000 Dollari ti ammazzo", "Per il gusto di uccidere", "Une corde... un Colt...", "I vigliacchi non pregano", "La notte dei serpenti", et cetera). È anche per questo che la mia selezione, lo preciso sin d’ora, esulerà dai film di Sergio Leone, un altro fra i miei registi preferiti di sempre: capite bene che la mia lista con la presenza dei suoi film, sarebbe seriamente compromessa, con almeno le prime 4 posizioni già assegnate d’ufficio! Ed allora via, apriamo le danze: i migliori 10 (+1) spaghetti western extra-leoniani.


Os 10 favoritos:


01 | Il grande silenzio | Sergio Corbucci | 1968 

Film tra i più cupi del genere, dal finale agghiacciante e pregno di un pessimismo senza pari. Pressoché unanimemente, è considerato uno dei capi d'opera in ambito spaghetti western. Fortuna che Corbucci non abbia utilizzato il finale alternativo che aveva girato (visibile tra gli extra del dvd), il quale avrebbe fatto crollare tutta l'impalcatura del film, con quella macro stonatura nella sceneggiatura - l'inverosimile ritorno dello sceriffo, in pieno stile "arrivano i nostri", che oltre tutto avrebbe cozzato non poco con la poetica dominate - ed a causa di una chiusura fin troppo edulcorata e quasi ottimista, simboleggiata dal sorriso a 32 denti del plumbeo Silenzio. Si narra che il finale alternativo fosse stato imposto dalla produzione, ma che Corbucci lo girò appositamente in maniera sgangherata ed eccessiva per non fargli mai vedere la luce... La pellicola mette in scena una storia che rivela, ad uno dei suoi massimi picchi, tutta la cifra stilistica e contenutistica di Corbucci, incentrata ancora una volta sulla vicenda del pistolero tormentato dai fantasmi del passato (come anche in "Django", "Gli specialisti", "Minnesota Clay", "Navajo Joe"), narrata attraverso la rappresentazione di una violenza esasperata, cruda e quasi mai stemperata dal cinico umorismo spesso utilizzato da altri registi del western all'italiana, Leone su tutti. Bravissimi i due protagonisti: Jean-Louis Trintigant (in quella che rimarrà la sua unica esperienza in ambito western) è davvero efficace nell'interpretare il tragico pistolero muto Silenzio e (l'immenso) Klaus Kinski ci regala una delle sue migliori performance nei panni dello spietato cacciatore di taglie Tigrero. L'atmosfera glaciale che aleggia per tutto il film è ulteriormente suffragata e sottolineata dall'insolita ambientazione della vicenda (ispirata ad un avvenimento realmente accaduto), che vede come sfondo un inconsueto e straniante paesaggio imbiancato dall'eccezionale nevicata del 1899, che ha colpito molte zone del sud degli Stati Uniti. (il great blizzard of 1899, nello specifico lo Utah (le riprese in esterno sono state fatte, per la maggior parte, a Cortina d'Ampezzo). Il candore della neve fa risaltare ancor di più il rosso del sangue, che scorre a fiumi, ma l'aspetto più pregnante e peculiare della pellicola risiede nel ribaltamento della figura del bounty killer, che anche se costruita come sempre intorno ad un soggetto mosso da meri ed amorali interessi economici, ne esce ammantata di un'aura luciferina, a differenza di quanto avveniva negli altri spaghetti western, dove, tutto sommato, i cacciatori di taglie non erano proprio degli eroi e degli stinchi di santo, ma quanto meno dei personaggi con i quali si creava una certa empatia. A conti fatti, il finale è analogo a quello, ad esempio, di "Per qualche dollaro in più" (il cacciatore di taglie che ammucchia i cadaveri dei ricercati in attesa di riscuotere il compenso), con l'unica determinante differenza che la valenza quasi epica del gesto messa in scena nel film di Leone viene completamente ribaltata, e il messaggio che ne esce è, per contro, quello di una strage sanguinosa, cruenta ed ingiusta, disturbante, mutatis mutandis, quanto quella di "Soldato Blu" di Ralph Nelson. 
  

02 | Se sei vivo spara | Giulio Questi | 1967 

Western assolutamente atipico e sui generis, molto violento (Giulio Questi dice di aver attinto per la rappresentazione delle scene più cruente ai suoi ricordi di partigiano durante la seconda guerra mondiale), che ammicca in più di un’occasione al genere horror, se non nella sostanza, certamente nella forma e nello stile. Ma non solo: essendo il nostro uno dei registi più originali ed innovativi del periodo (seppur, ahimé, poco prolifico), convinto sostenitore del cinema come manifestazione della pop art (magnifico il suo bizzarro giallo "La morte ha fatto l'uovo" del 1968, con Trintignant e la Lollo), vari  elementi del film possono essere letti in questa chiave. A partire dalla citata commistione di generi normalmente distanti tra loro e dalla presenza di elementi bislacchi - come ad esempio il gruppo di cowboy omosessuali o le pallottole fatte d’oro - all’utilizzo molto peculiare del montaggio (del fido e inseparabile Kim Arcalli), del fuori fuoco e della fotografia, a tratti luminosissima, al limite della sovraesposizione, in piena dicotomia con il buio morale della quasi totalità dei personaggi. Epocale la scena iniziale, quando Tomas Milian, ferito ma ancora vivo, spunta a mo’ di zombie dalla buca che lui stesso si era scavato sotto minaccia ("Kill Bill Vol. 2"?), così come la colata aurea sul finale, che mi è parsa un'appassionata citazione visiva a certi horror degli anni '50, tipo "Il mostro della laguna nera". È un film unico, per certi versi estremo (fra i pochi spaghetti pesantemente censurati al momento dell'uscita nelle sale, forse l'unico), che si ama o si odia: per chi scrive è fra le vette del genere, e non solo. Un compendio di fantasia, coraggio, sperimentazione, ma al contempo di equilibrio e bravura nel far si che lo stile bislacco e sopra le righe non predominasse sugli aspetti narrativi, annullandoli e facendoli diventare mero pretesto e vetrina per l'esposizione di idee originali, e il tutto a basso, bassissimo budget. Erano proprio altri tempi per cinema italiano (sigh).


03 | Il Mercenario | Sergio Corbucci | 1968

Film gemello di "Vamos a matar, compañeros", uscito due anni dopo, con Franco Nero questa volta nei panni del Polacco, Jack Palance sempre nei panni del villain e Tony Musante nella parte del peone rivoluzionario (che sarà invece di Tomas Milian nel 1970). I toni da commedia, rispetto a "Vamos a matar, compañeros", sono più stemperati, cosi come gli aspetti picareschi, seppur presenti in embrione, atteso che la vicenda si concentra maggiormente sullo spaccato della rivoluzione tout court (che invece sarà più di contorno e di pretesto nel film successivo), con relative implicazioni vagamente ideologiche, soprattutto nel finale. A ben vedere, comunque, al di là delle vicende e dei contenuti rivoluzionari tipici del tortilla western, sembra il più leoniano dei film di Corbucci, e per l'impostazione stilistica, e per la caratterizzazione dei personaggi principali (Nero e Musante, ispirati in larga parte a Clint Eastwood ed Eli Wallach). Il culmine, durante il duello nell'arena, mutuato da quello di "Per qualche dollaro in più" in tutto e per tutto: la sospensione temporale - quasi irreale - dell'attesa, fortemente supportata dal commento musicale di Morricone, i primissimi piani, il Polacco a far da "giudice", i tre colpi di campana in luogo del carillon, lo spazio circolare. In più, la trovata geniale di far partecipare al duello Paco (Tony Musante) travestito da pagliaccio, che conferisce alla scena un'ulteriore valenza tragicomica. Il film funziona in ogni suo aspetto: la fotografia è notevole, i dialoghi brillantissimi, Giovanna Ralli è al culmine del suo splendore e Franco Nero, nei panni di Sergei Kowalski, in quanto a coolness, è secondo solo al Clint della Trilogia del Dollaro.  Citatissimo da Tarantino in "Kill Bill", e non solo per la (eccelsa) colonna sonora.


04 | Da uomo a uomo | Giulio Petroni | 1967   

Bellissimo film di Petroni, uno dei migliori autori – e sottolineo, autore: qua non siamo di fronte alla classica e celebrata figura dell'abile artigiano del cinema, regina nel mondo degli "spaghetti" e di tutto il cinema di genere italiano degli anni '50, '60 e '70 – nell’ambito del western all'italiana per chi scrive, che almeno quattro grandi film li ha fatti (su cinque: una bella media), ognuno per altro assolutamente a sé stante dal punto di vista stilistico e dei contenuti, una scelta coraggiosa ed apprezzabile che ha però avuto l'effetto collaterale di far passare il regista un po' in secondo piano, per via del grossolano errore fatto da molti nel confondere l'eclettismo con la mancanza di personalità. Come ha giustamente detto qualcuno, "Da uomo a uomo" potrebbe essere quasi considerato il quarto capitolo apocrifo della Trilogia del Dollaro leoniana, pur senza essere un mero esercizio di emulazione della cifra artistica di Leone stesso. Fantastica, praticamente da antologia, l’apertura del film, nella quale Petroni mette in risalto le sue indiscutibili qualità dietro la macchina da presa: la scena del massacro notturno iniziale crea una tensione degna dei migliori thriller ed è magistralmente diretta. E non che il resto del film sia da meno, con Lee Van Cleef in una delle sue migliori interpretazioni (al pari di quelle leoniane e di quella di Frank Talby ne "I giorni dell'ira", di Tonino Valerii) ed un in un più che convincente John Phillip Law, a condurre le danze. Questi, può essere visto quasi come un acerbo "straniero senza nome". Mi sono immaginato la storia come una sorta di prequel delle vicende del cinico e gelido personaggio interpretato da Clint Eastwood, di quando cinico e gelido del tutto non lo era ancora e un nome ce l'aveva. Pellicola citatissima da Tarantino nei suoi "Kill Bill": le musiche – sublimi – di Morricone in primis, ma anche i flash back in rosso del protagonista quando reincontra uno ad uno i carnefici della sua famiglia e rivive le scene del massacro, l'dea stessa del bambino che assiste all'eccidio dei propri genitori (ripresa dal buon Quentin nella parte anime, quando racconta la storia di O-Ren Ishii), i primissimi piani sugli stivali texani, il tema stesso della vendetta, narrativamente sviluppata come la lenta ricerca di un gruppo di persone da scovare una ad una molto tempo dopo il fatto di sangue scatenante. In definitiva, uno di quei film che potrebbe (rectius: dovrebbe) piacere anche ai non appassionati del genere, financo ai detrattori.


05 | Tepepa | Giulio Petroni | 1968   

Probabilmente il più completo fra c.d. tortilla western, con un Tomas Milian in stato di grazia, in quella che, a mio avviso, è la sua migliore interpretazione in ambito “spaghetti”, impreziosita dal fatto che l’attore cubano ha provveduto per la prima volta anche al doppiaggio italiano del suo personaggio, con quel suo peculiare, inqualificabile ed istrionico (ma efficacissimo) accento. Il film, splendidamente diretto da Petroni, che si conferma una volta di più uno degli autori di maggior spessore apparsi nel panorama del western italiano (eccezionale e modernissimo per l’epoca, tra il resto, l’uso del flashback e il modo in cui si dipana ed intreccia la struttura narrativa), poggia su una solidissima sceneggiatura, che pur mantenendo il solito canovaccio (il confronto/scontro tra il peone rivoluzionario ed il gringo) e la spinta ideologica propri dei film sulla rivoluzione messicana, è capace da un lato di indagare alcuni aspetti psicologici dei personaggi, e dall’altra di mitigare e smussare gli intenti più dichiaratamente politici (è un film comunque figlio del ’68 e la somiglianza fisica di Tomas Milian con Ernesto “Che” Guevara in questa pellicola non è certo casuale), grazie ai chiaroscuri costruiti intorno alla figura di Tepepa ed al finale crepuscolare, quasi pessimista, anche in chiave rivoluzionaria (d'altronde, il fantasma del "tutto cambi affinché nulla cambi" gattopardesco aleggia per tutto il film). Infine, come non menzionare la partecipazione al film di Orson Welles – nella sua unica apparizione in un western, e non solo spaghetti – straordinario nella parte del Colonnello Cascorro e la colonna sonora del solito Morricone, che ancora una volta ha fatto bingo.


 06 | La resa dei conti | Sergio Sollima | 1966   

Ho praticamente dovuto giocarmi ai dadi la scelta tra questo film e "Faccia  a faccia", altro capolavoro di Sollima, interpretato dal magico (e purtroppo non bissato) duetto Gian Maria Volonté / Tomas Milian. Ha vinto, per pura sorte, "La resa dei conti". Solidissimo spaghetti western di Sergio Sollima, con  due grandi protagonisti: Lee Van Cleef (che a detta dello stesso regista, non aveva bisogno di recitare, bastava metterlo davanti all’obiettivo, et voila, les jeux sont fait: certo, non si poteva fargli fare l’Amleto, ma per il western era perfetto, fenomenale) e Tomas Milian, reinventato per l’occasione - e per la prima volta - nel suo ruolo "naturale" di latino americano (molti non lo sanno, ma è cubano). Il paradosso del film è che, nonostante sia stato letto ed etichettato dai più come eminentemente “politico”,  Sollima abbia in realtà operato un cospicuo lavoro di decontaminazione ideologica rispetto al soggetto originale, che disegnava il personaggio del fuggiasco messicano come un uomo di mezza età, più maturo e rivoluzionario tout court (si era pensato inizialmente a Gian Maria Volonté per il ruolo). Proprio l’introduzione di Cuchillo, che alla fine, per quanto possa essere visto come un personaggio positivo, non è certo un eroe o un maître à penser, ma un semplice “rubagalline”, giovane, un po’ truffaldino ed infedele del sottoproletariato messicano (che manco sa usare la pistola: quasi una bestemmia in ambito western!), aveva la funzione di mitigare l’attenzione del pubblico verso gli elementi più dichiaratamente ideologici della sceneggiatura, atteso che a detta dello stesso Sollima i film smaccatamente politici perdono di efficacia, politica innanzitutto. Il risultato è noto: Chucillo, soprattutto con il film successivo "Corri uomo corri", divenne un idolo per i sessantottini. Da evidenziare, una serie di gustosissime peculiarità del film, a partire dal fatto che il Cuchillo, che non sa usare la pistola, se la cava sempre unicamente con il coltello (cuchillo in spagnolo, per l’appunto): il duello finale sarà un apparentemente impari pistola contro lama, assolutamente inedito e fuori dagli schemi. Poi, il personaggio del Barone Von Schulenberg, nato dal cinefilo gusto per la citazione di Sollima (è esplicito il riferimento e l’omaggio ad Eric Von Stroheim), ma anche la colonna sonora, eccezionale, di Morricone, che nel duello finale mescola senza pudore e con incredibile efficacia Beethoven con gli spaghetti western.


07 | Mille dollari sul nero | Alberto Cardone | 1966

Film nerissimo, di ispirazione biblica – come testimonia anche la citazione finale dal Levitico – dal titolo che richiama il gioco d’azzardo solo in virtù di un geniale calembour: 1.000 dollari rappresentano infatti il valore della collana che indossa la madre dei due protagonisti, perennemente vestita in nero. Può essere considerato il secondo capitolo di una nerissima trilogia biblica, composta dal presente film, da "7 Dollari sul rosso" del medesimo regista e da "I vigliacchi non pregano" di Mario Siciliano (già produttore - pare molto assillante e proattivo sul set - delle altre due pellicole). Per la prima volta appare il personaggio di Sartana, già qui interpretato da (un notevole) Gianni Garko, che fa il pazzoide manco fosse Kinski (a cui assomiglia anche fisicamente, per l'occasione) e che "lascia ai blocchi" l'altro protagonista, Anthony Steffen (al secolo Antônio Luiz de Teffé von Hoonholtz), bravino ma un po' legnoso. Sartana, tuttavia, è totalmente disallineato con il personaggio che diverrà poi il protagonista della  fortunata serie: qua, infatti, egli è dipinto come un folle, luciferino e sanguinario, che utilizza come rifugio un tempio precolombiano e bacia un medaglione prima di accoppare qualcuno. E di gente, con la sua ammazzacristiani, ne sforacchia parecchia. Da notare, la copiosa presenza di personaggi femminili (almeno quattro quelli rilevanti ai fini della storia), solitamente assenti o molto marginali nei western all'italiana, a fare da collante e da propulsore a questa libera trasposizione tra polvere e pistole della vicenda di Caino e Abele. Fondamentalmente, un western di un pessimismo estremo, dove l'idea del male - vincente sul bene - presente in ogni essere umano, domina la pellicola dall'inizio alla fine. Il finale, nonostante a morire sia "Caino", è di un'amarezza infinita.


08 | Ognuno per sé | Giorgio Capitani | 1967   

Giorgio Capitani, dirigendo questo misconosciuto e (inspiegabilmente) dimenticato gioiello di celluloide, dimostra di essere un regista ricercato ed impeccabile, oltre a disvelare un particolare gusto per il dettaglio paesaggistico e naturalistico, per altro corroborato da una splendida fotografia. La sceneggiatura di Fernando Di Leo (che ha sostenuto in alcune interviste la totale incapacità di Capitani a dirigere un western, apostrofandolo addirittura come "morto di sonno", probabilmente per il suo stile misurato, raffinato e mai sopra le righe, sostanzialmente lontano dagli stilemi dello spaghetti western) è solida e si rifà agli antenati hollywoodiani, essendo incentrata sulla caccia all'oro da parte di un gruppo raffazzonato e disorganico di avventurieri (il riferimento a "Il tesoro della Sierra Madre" di John Huston pare piuttosto esplicito, ed è confermato dallo stesso Capitani). Il cast è assolutamente straordinario, a partire da un imbolsito (e ormai alcolizzato, ma super professionale sul set ed efficacissimo per il ruolo) Van Heflin, nella parte del protagonista principale, un vecchio e un po' patetico cercatore d'oro che finalmente trova un filone in una miniera, dopo anni di vani tentativi, per proseguire con l'eccellente Gilbert Roland (fisicamente, un Willy DeVille ante litteram!) nei panni di un avventuriero raffinato ed ammalato di malaria, il solito (grande) Kinski, psicoticamente al di sopra delle righe, quasi in assetto proto-herzoghiano ed un convincente George Hilton, in quella che per chi scrive rimane la sua migliore interpretazione in ambito western, nella parte del compare di Kinski, del quale è morbosamente succube e con il quale è lasciata intendere l'esistenza di un legame omosessuale (tema certamente scottante per l'epoca, tanto più in un film western - sono ancora lontani i tempi de "I segreti di Brokeback Mountain" - ma che, per assurdo, tornerà altre volte, seppur di striscio, fra le tematiche toccate dagli "spaghetti", vedansi "Se sei vivo spara" di Giulio Questi o "Il grande duello" di Giancarlo Santi, dimostrando una volta di più anche la valenza sperimentale e di rottura del cinema italiano di quel periodo, ma anche la grande libertà di cui godevano, in fin dei conti, registi e sceneggiatori). Inconsueto per il genere il tratteggio psicologico dei personaggi (nel western all'italiana i profili dei protagonisti sono mediamente tagliati con l'accetta ed è rarissimo intravedere anche solo un barlume di volontà di introspezione), che si unisce ad altri aspetti della pellicola che possono essere accostati più al western classico made in USA che non a quello nostrano, come già accennato. Basti osservare, ad esempio, la dinamica delle sparatorie, non eccessive nel numero e non così cruente. Molto bella la colonna sonora di Carlo Rustichelli, a tratti maestosa, che pur rifacendosi anch'essa ai grandi classici d'oltreoceano, assume una sua peculiarità dal retrogusto sinfonico. Impedibili e gustosissime le interviste a Giorgio Capitani e George Hilton (due persone squisite), presenti fra i contenuti extra del dvd (edizione Koch Media, uscita per il mercato tedesco col titolo "Das gold von Sam Cooper" ma con l'italiano fra le lingue opzionabili), ricche di aneddoti e retroscena.


09 | I quattro dell'Apocalisse | Lucio Fulci | 1975  

"I quattro dell'apocalisse" fa parte di quel ristretto gruppo di film che, ad anni '70 abbondantemente inoltrati, quando il western italiano era ormai irrimediabilmente compromesso su tutti i fronti (quello qualitativo innanzitutto), ha provato – e con successo, per chi scrive – ha ridare linfa al genere proprio al suo crepuscolo, un po’ come a dire: “almeno chiudiamo in bellezza”. Basti pensare a "Keoma", "California", ma anche, seppur in misura minore, a "Mannaja". In questo contesto, Fulci, al suo secondo western (il terzo, "Sella d’argento" è considerato, per convenzione, uno degli ultimi “spaghetti” prodotti), gira quello che di fatto è un originalissimo e nerissimo road movie (ridotto per il grande schermo da alcuni racconti di Francis Brett Harthe), caratterizzato da una narrazione singhiozzante, una fotografia ricercata e a tratti luminosissima e soprattutto dalla crudelissima cifra stilistica del regista, che se in "Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro" era già presente in fase embrionale, qua esplode in tutto il suo perfido splendore. E, per chi come me non ama gli zombies e l’horror in generale, in quello che rappresenta il suo più alto picco qualitativo (insieme a "Non si sevizia un paperino"). I personaggi a cui fa riferimento il titolo, un gruppo disomogeneo di disperati – un gambler un po’ dandy (Fabio Testi), una prostituta incinta (Lynne Frederick, la bellissima ultima moglie di Peter Sellers), un nero toccato che parla con i morti (Harry Baird) e un alcolizzato (Michael J. Pollard) – sono ottimamente caratterizzati e decisamente ben interpretati, ma una menzione a parte ed un’attenzione particolare vanno concesse al Chaco di Tomas Milian (eccezionale, in una delle sue migliori performance, che dice di essersi ispirato a Charles Manson per interpretare questo ruolo), un villain assolutamente fuori dagli schemi e decisamente in linea con la poetica della crudeltà di Fulci, la cui malvagità non è il veicolo per raggiungere un obiettivo di qualsivoglia tipo (nel western, usualmente, un vantaggio economico), ma è il fine, la sostanza stessa del suo essere: decisamente il più sadico, pazzo, bastardo, figlio di puttana che abbia mai calcato le scene di un western italiano, e forse non solo.  È infine opportuno spendere due parole per la colonna sonora, che si discosta in maniera radicale da quelle più tipiche dei classici western (sia americani che europei) e si appropria per contro di sonorità di chiara matrice country-rock e west coast, conferendo all’opera un tono molto yankee e molto "anni '70", anche per i brani cantati (e già questa, da sola, sarebbe una peculiarità) in inglese. 


10 | E Dio disse a Caino... | Antonio Margheriti | 1969   

Bellissimo western dai tratti gotici e dalle tinte fosche di Antonio Margheriti, uno dei maestri del cinema di genere italiano.  Il film, fatto salvo il soleggiatissimo ed abbagliante incipit dal sapore quasi country-blues (che mia ha fatto sovvenire le atmosfere che si respirano in "O Brother, Where Art Thou?", l'eccezionale film dei fratelli Coen), è insolitamente notturno e prende a prestito più di un elemento dal cinema horror, non a caso uno dei generi con cui si è misurato Margheriti: le campane che suonano misteriosamente ed incessantemente quale chiaro segnale di eventi nefasti, il continuo e lugubre soffiare del vento, la musica sinistra dell'organo a canne, suonata da un inquietante prete a metà strada tra l'alienato e l'allucinato, l'impiccagione alla campana della chiesa, e via dicendo. Il film, che riesce perfettamente nel dichiarato intento di discostarsi da quelli che ormai nel 1970 possono essere considerati i canoni dello spaghetti western (in maniera analoga, seppur significativamente diversa, a quanto fece Giulio Questi con il suo meraviglioso e squinternato "Se sei vivo spara"), è diretto impeccabilmente (con qualche gran colpo di classe: la goccia nella pozzanghera nel cimitero indiano) e Klaus Kinski, per una volta protagonista principale di un western, è straordinario nel ruolo per lui insolito del buono. Che poi, buono si fa per dire, visto che agendo accecato dalla sete di vendetta, in pieno stile angelo sterminatore, ammazza cristiani manco fossero formiche, senza mostrare un minimo di pietas. A latere, pare che Kinski - terrore dei registi - noto per il suo caratteraccio e le sue scenate da prima donna nel corso delle riprese, abbia trovato in Margheriti un osso durissimo e che al primo tentativo di bizza, con consueta minaccia di abbandonare il set, il regista si sia adirato a tal punto da scagliargli addosso alcuni dei fucili di scena, ottenendo l'insperato ed imprevedibile effetto di farlo diventare docile come un agnellino per tutte le riprese del film. E non solo: tra i due si instaurò  un ottimo rapporto, che permise loro di proseguire la collaborazione anche in pellicole successive. Scrive a tal proposito Edoardo Margheriti, figlio del regista: "Klaus era un animale da cinema, e probabilmente voleva sentirsi dominato dalla persona preposta a dirigerlo. Infatt,i in seguito ebbe un rapporto straordinario con Antonio, lavorando in molti altri suoi film. Credo che Antonio Margheriti e Werner Herzog furono i soli due registi a creare un rapporto di superiorità, e conseguentemente di collaborazione e stima, con Klaus Kinski." Evidente (e dichiarato dallo stesso Margheriti) l'omaggio a Orson Welles (del quale il regista era un grande estimatore) con il duello finale tra gli specchi, che cita e richiama "The Lady from Shanghai" e "Citizen Kane".



Joker: Semplicemente, non può mancare. 

Django | Sergio Corbucci | 1966

"Django" è fumettone straordinario, che ha impresso a fuoco le sorti del western all’italiana quasi quanto "Per un pugno di Dollari di Leone", tanti sono i proseliti e gli epigoni che ha generato. E le indebite appropriazioni onomastiche (all’epoca nessuno degli autori si premurava di registrare il nome dei protagonisti dei film western quali proprietà intellettuali) ed i seguiti apocrifi che ha originato, al punto di divenire un eponimo western. Con tutto quel fango (che fa da teatro, per altro, alla nota lutulenta zuffa meretricia), quelle ambientazioni al limite del gotico, supportate da una fotografia livida, quasi cianotica, nonché il colpo di genio del pistolero solitario che, anziché viaggiare a cavallo come i suoi colleghi, se ne va a zonzo a piedi, lurido, trascinandosi con indolenza una bara (con sorpresa), la pellicola irrompe a gamba tesa sul panorama cinematografico, riscuotendo un notevole successo internazionale. E poco importa che la trama sia scarna e risicata, non è uno di quei casi in cui conti qualche cosa. Per l'epoca, ultra-violento (il picco nella scena dell'orecchio, al limite dello splatter) e dal body count gargantuesco. Con "Django", inoltre, Corbucci dà corpo all’archetipo del “suo” personaggio quasi funereo, dal passato oscuro e tormentato e dal futuro tutt’altro che roseo, che ritornerà in molti dei suoi western (e che verrà portato al parossismo con "Il grande Silenzio"), un po’ la variante gotica e pessimistica dello straniero senza nome di leoniana memoria. Non che Leone avesse, per altro, una visione così entusiastica delle cose, come testimoniano le sue stesse parole:  “Ford era un ottimista. Io sono un pessimista. I personaggi di Ford, quando aprono una finestra scrutano sempre, alla fine, questo orizzonte pieno di speranza; mentre i miei, quando aprono la finestra, hanno sempre paura di ricevere una palla in mezzo agli occhi”.  È un po’ come se Leone e Corbucci fossero i Beatles e i Rolling Stones dello spaghetti western. Non si può tacere, infine, il fatto che Corbucci con questo film abbia lanciato nel firmamento Franco Nero, il Clint Eastwood italiano, eccelso protagonista di innumerevoli pellicole nel cinema di genere nostrano degli anni ’60 e ’70. Non è certo un caso che Quentin Tarantino lo abbia chiamato per fare un cammeo nel suo nuovo western (a breve in uscita), "Django Unchained". A proposito: sul “furto” del nome, sono passati quasi 50 anni e nulla sembra cambiato…



A evitar: Quando non bastava Morricone a fare un film…     

Duello nel Texas | Ricardo Blasco | 1963

Tanti sarebbero gli spaghetti da evitare, soprattutto buona parte di quelli a sfondo comicarolo appartenenti alla fase dei c.d. fagioli western, nati come – pessime – imitazioni de "Lo chiamavano Trinità" che, involontariamente, con il suo successo ha contribuito ad accelerare il processo di esaurimento, innanzitutto qualitativo, del genere. Ma anziché guardare alla fine, hi preferito focalizzarmi sull’inizio… C’è poco da fare: tolto il grande Joaquín Luis Romero Marchent ("Antes llega la muerte", 1964), l’euro western pre-leoniano è davvero povero di idee (oltre che di budget, ma questo di per sé non sarebbe un problema, come ci hanno insegnato molti maestri dello spaghetto), troppo legato ai classici americani, nonostante qualche timido tentativo di trovare soluzioni alternative e, sostanzialmente, noioso. Film consigliato solo agli appassionatissimi di western tout court. 

05/06/2012

Top 10 do "Por um punhado de euros" (Versão 2012)




Com base nas participações na rubrica "Os spaghettis da minha vida", elaborámos um simples sistema de ranking que permitiu cozinhar um top 10 do género. A primeira versão desta lista foi publicada faz agora um ano, é portanto mais do que tempo de actualizar os dados! 


Participaram:
Pedro Pereira (Portugal), Emanuel Neto (Portugal), Belén Mateos (Espanha), António Rosa (Portugal), Ronald Perrone (Brasil), Julio Alberto (Espanha), Adrián Esbilla (Espanha), Artur Alves (Brasil), Edelzio Sanches (Brasil), Cesar Almeida (Brasil), Jesus (Espanha), Alexander Fischer (Áustria), Elsa Reia (Portugal), Paulo Lopes (Brasil),  Vitor Louçã (Portugal), Felipe M. Guerra (Brasil), Bruno Barrenha (Brasil), LeMarc (Brasil), Victor Ramos (Brasil), Aprigio Alves de Oliveira Filho (Brasil), Caio de Freitas Paes (Brasil), David Furtado (Portugal), Flavio Benvenuto da Silva Netto (Brasil)

28/05/2012

Os spaghettis da minha vida | Flavio Benvenuto da Silva Netto



Depois de algumas semanas sem movimentações nesta rubrica, voltamos agora à acção graças à participação do amigo brasileiro Flávio Benvenuto, uma das presenças habituais nos espaços de discussão do blogue. Relembra-se a todos os leitores que tenham interesse em partilhar as suas preferências connosco o podem fazer entrando em contacto através dos emails disponibilizados!



Primeiramente, gostaria de agradecer muito a dupla de gajos pela oportunidade de participar da querida rubrica "os spaghetti da minha vida", uma das melhores seções deste fantástico blog, que dentre os dedicados ao genero em lingua portuguesa, é o favorito.

Minha relação com o "spaghetti western"começou na adolescência,quando estava se iniciando a minha paixão por cinema. Naquela época, nos anos 90, diferente de hoje em dia, quase todos os canais de televisão tinham programas dedicados á um genero de cinema. Muitos filmes Cult, hoje raríssimos de encontrar em DVD passavam na TV aberta e eram fáceis de encontrar em locadoras de VHS. Em um canal por exemplo, tinha o Cine Trash, dedicado a filmes B de terror e ficção cientifica, o Cine Band Privé que só passava thriller erótico ou soft core (vi toda a serie "Emmanuelle" neste saudoso programa..). Tinha um que só passava filme nacional, os filmes de Aventura, ação, kung-fu, etc.. no Cine Aventura, e tinha um dedicado ao Western, tanto americano quanto europeu. Este programa era o Terça sem lei. Foi neste programa que vi pela primeira vez um filme que me deixou atonito, e me fez perceber a diferença entre o western americano e o feito na europa: Django.

Lembro como se fosse hoje de ter ficado intrigado com o caixão, atonito com o cenario desolador da cidade feia e enlameada,com a violencia e surpreso com o que finalmente tinha dentro do tal caixão. Lembro de ter visto vários Trinity, Pecos, os da serie Sartana, os com Giuliano Gemma, principalmente O Dia da ira, e outros tantos que hoje não se encontra em DVD e que eram fáceis de encontrar nas locadoras de VHS. Com o fim destes programas e a chagada do DVD substituindo o VHS nas locadoras,foi ficando dificil conseguir os filmes e meus interesses por cinema eram outros, e com o passar do tempo o spaghetti foi ficando de lado nas minhas predileções..isso até meados desta década, quando assim, meio por acaso, achei uma cópia pirata de adivinha qual filme: Django.

Daí a paixão pelo genero retornou, e hoje se não for o meu genero preferido de cinema, é o que mais tenho dedicado tempo a pesquisar e adquirir cópias de DVD e VHS. E esta paixão só tem aumentado. Tenho que confessar que não foi facil deixar tantos outros de fora, e tirando os cinco primeiros, que em minha opinião são as maiores obras-primas do genero, os outros cinco foi a parte mais dificil de listar. São tantas as opções, que eu fiquei muitas vezes em duvida se colocava "Mannaja" ou "Blindman", "Django Il Bastardo" ou "10.000 Dollari Per Un Massacro"," Tempo di Massacro"ou"Il Quattro dell'apocalisse", "Companeros"ou"Il Mercenario", “I Giorni Dell’íra” ou “Da Uomo a Uomo”.. Mas enfim, estes são os meus preferidos. Espero que gostem,e que renda aí,uma boa troca de idéias sobre o genero:"vamos a matar companeros".




Os 10 favoritos:

01 | Django | Sergio Corbucci | 1966

Este aqui não está em primeiro apenas por ser o grande responsável pela minha paixão pelo spaghetti western. Django é também um dos mais representativos, e o grande divisor de águas no genero. Sergio Corbucci ,fez um filme influenciado diretamente nos dois primeiros da trilogia do dólar de Leone, mas que conseguia ir além na dose de violencia e trouxe elementos novos, aqueles que faltavam para o spaghetti western tivesse uma identidade definitiva. Depois de Django, seria quase que obrigatório,a inclusão de itens sinistros tais quais aqueles arrebatadores cenários desolados com cidades desertas e cemitérios de cruzes  tortas em quase todo filme que surgiu depois. E é por isso que Django fascina tanto até hoje. Do inicio com o heroi (?) aparentendo alguem que acaba de fugir do inferno, arrastando um caixão, passando por uma cidade semi-deserta até o desfecho com o  tiroteio no cemitério tosco, o filme todo é um espetáculo visual impressionante de cenas memóráveis. Enfim, Django é como o spaghetti western deve ser. Escuro, mal-humorado, rustico e melodramático com cenas de ação inteligentes. Eu gostei deste filme desde a primeira vez que eu vi e eu continuo a achar que é por que ele tem tudo aquilo que me faz amar o spaghetti western.


02 | Il grande silenzio | Sergio Corbucci | 1968

Chocante e brutal. Este aqui, é um dos spaghetti western mais violentos já realizados. Sergio Corbucci já havia demonstrado ousadia para inovar e reinventar o genero já nos dois filmes anteriores, Django e Navajo Joe, mas ainda não tinha tripudiado das convenções quanto em o Garande Silencio. Aqui ele subverte praticamente todos os arquetipos de genero, como por exemplo, os habituais cenários áridos que são substituidos por uma paisagem gelada e pelo branco da neve e aquele cliché de que o mocinho sempre vence no fim ou até mesmo a condição dos matadores por reconpensa,que geralmente são asociados ao "anti-heroi" ou são individuos neutros, que não hesitam em matar por um bom "punhado de dólares". Aqui eles são vilões sanguinários e inescrupulosos,que na figura de loco (o vilão interpretato soberbamente por Klaus Kinski), são a própria encarnação do mal. O Grande Silencio é daqueles spaghetti westerns em que a maldade é exacerbada por vilões quase tão diabólicos quanto os monstros ds filmes de terror. Neste caso, o show de monstruosidade fica a cargo do ótimo ator alemão Klaus Kinski, que antagoniza Silêncio (o vulgo do personagem de Trintignant, o herói do filme). Kinski faz Loco, caçador de recompensas que não hesita em matar os foragidos da lei e transformar em profissão sua trilha de sangue, um autêntico carniceiro que conserva os corpos das vítimas por baixo da neve,como se fossem peças de alcatra. Silêncio surge sem sobreaviso, aparentemente para acertar contas pendentes (em dois curtos flashbacks, assistimos como ele tem as coradas vocais cortadas e seu pai morto por um caçador de recompensas), mas o destino encarrega-se de colocá-lo frente a frente com Loco num bárbaro duelo,ambicionado por uma viúva sedenta de vingança. Corbucci genialmente nos leva a um frenesi, para em seguida, acionar uma corrente de alta voltagem e imensa carga de fatalismo e nos dar um tremendo choque.Como se tudo isso não bastasse,além do show de Kinski e Trintignant e do belo trabalho de fotografia,temos ainda o maestro Ennio Morricone que compõs um tema dramático, utilizando os corais masculinos tradicionais do western spaghetti de uma maneira bem diferente do normal. A música dá o toque melancólico definitivo que complementa a desolação das imagens com precisão.


03 | C'era una volta il West | Sergio Leone | 1968

Considerado por muitos  como o melhor western já feito, Era uma vez no oeste, é para mim, o momento  onde Sergio Leone atinge o seu ápice. Ele consegue nos oferecer um grande espetáculo audio-visual, grandiloquente e poético como poucos, sem abrir mão em nenhum momento do seu estilo. O filme denuncia e mostra com realismo um retrato contundente e por vezes  assustador do velho Oeste, aquele oeste selvagem onde a ganancia de gente disposta a fazer qualquer coisa por sua riqueza. Como mandar uma quadrilha de  matadores profissionais aniquilar uma familia inteira, para tomar posse de suas terras e assim construir uma estação de trem. Com narrativa lenta e uma aridez  como o deserto o filme se revela na sua totalidade com um elenco brilhante: Henry Fonda fazendo um dos mais crueis vilões do spaghetti western, Cláudia Cardinale com uma beleza como que compensando a aridez e as mazelas do genero humano. Gosto como o personagem de Charles Bronson mantem um ar de mistério até o final quando o filme se revela ser também uma história de vingança, tão tipica do genero que Leone criou. A maravilhosa trilha sonora assinada por Morricone  é mais um elemento que colabora muito para este filme ser uma obra prima espetacular, não só para genero mas para o cinema em geral.


04 | Per qualche dollaro in più | Sergio Leone | 1965

O segundo filme da trilogia do "homem sem nome",é uma especie de continuação mais inspirada de Por Um Punhado de Dólares.Trazendo de volta formula que inaugurou o genero, porém mais aprimorado. O simbolismo latino, a violencia e a rusticidade dos cenários,os super closes voltam mais acentuados. Ennio Morricone retornaria também para deixar sua marca de vez no spaghetti western. E o elenco? Um verdadeiro time de craques, repleto de atores que se tornariam figuras fáceis do genero. Clint Eastwood e Gian Maria Volanté desta vez tiveram que dividir o brilho com outros craques como Klaus Kinski, Aldo Sambrel, Benito Stefanelli e claro,Lee Van Cleef, cuja presença tão marcante, quase rouba a cena para si só, não fosse o elenco cheio de astros do mesmo naipe. A dobradinha que ele faz com Klaus Kinski é um dos pontos altos do filme. A rixa pessoal dos seus personagens rendem cenas maravilhosas Western spaghetti em estado bruto. Obrigatório.



05 | Keoma | Enzo G. Castellari | 1976

Franco Nero, aqui em uma de suas melhores atuações, fantástico no papel do heroi mais complexo e um dos mais cativantes do Spaghetti western. Keoma é um mestiço,filho de mãe india e pai branco,que foi unico sobrevivente de uma chacina á uma aldeia de indios. Na matança morre sua mãe e o restante da familia ,então ele se ve obrigado  a ter  que viver com seu pai e seus tres meio-irmãos que o odeiam e o invejam  por não terem as qualidaes do pai que ele herdou. Entre estas qualidades, a rapidez no gatilho. E aí parece consistir a tragédia de Keoma,que parece fadado a compensar a sorte de estar vivo, vivendo como um errante pelo mundo, como ele mesmo explica em uma das belas cenas do filme, quando reencontra o pai:"tenho que descobrir quem sou,para dar sentido ao mais simples dos meus gestos. Por enquanto sou um vagabundo vagando,mesmo quando a terra dorme continuo a vagar". Abra-prima de Enzo Castellari, é considerada por muitos  o gran-finale do spaghetti, que ainda gerou ótimos filmes até a decada de 80, como "Mannaja" por exemplo,mas que encerra o ciclo de grandes obras-primas do genero. Daquelas que hipnotizam o espectador com belissimas cenas, grandes atuações dos atores e diálogos curtos e inspirados. E ainda tem a belissima trilha sonora dos irmãos De Angelis, cuja letra e melodia parece traduzir musicalmente a melancolia que envolve o filme.


06 | 10.000 dollari per un massacro | Romolo Guerrieri | 1967 

Após o enorme sucesso de Django, muitas imitações surgiram, assim como também muitas sequencias não-oficiais, filmes que sequer tinham co-relação com o Django de Coburcci. Estes filmes não traziam o Franco Nero, nem o caixão muito menos a metralhadora Gatling, (exceto  Viva Django!, aquele com Terence Hill, o unico que trouxe de volta a bendita). E é nescessário que se diga,nenhuma chegou sequer perto do brilhantismo do filme original. Tivemos sim, pouquisimos exemplos que honraram o mito mor do western spaghetti, como este 10.000 dolares para Django, com Gianni Garko aqui já fazendo um Django menos sinistro, adiantando como seria seu personagem mais famoso: "Sartana". Este Django tem um que de romantico ao fazer par com a bela Loredana Nusciack,ela que esteve no Django de Corbucci,volta para encher a tela com sua beleza estonteante. Mas como este não é um filme do Sartana,e o nosso herói parece sempre fadado a um destino trágico,é traído pelos bandidos com quem fizera uma aliança e tem sua amada covardemente morta pelos mesmos. Daí em diante o filme vira um Django de verdade com o protagonista sedento de vingança, travando um sangrento jogo de gato e rato matando os bandidos um por um com requintes de crueldade. Daí pra frente,quando o filme começa para valer, somos agraciados com grandes  cenas de ação nas belissimas paisagens da Almeria, culminando em um final eletrizante com muito suspense em mais um cenario desolador de uma tipica cidade-fantasma, que na verdade é um vilarejo de casas caiadas abandonado, que mais parece um cemitério, e convenhamos, qualquer filme de Django que se preze,tem que ter um cemitério tosco não é mesmo?



07 | Vamos a matar, compañeros | Sergio Corbucci | 1970

Meu "zapata western" favorito. Este apesar de muito semelhante ao ótimo e igualmente genial "Il Mercenario", consegue ser mais coeso que o zapata anterior realizado por Corbuci. Eu gosto de pensar que o filme é uma continuação mais caprichada, que aprimora as  ótimas idéias do filme anterior assim como "Por Ums Dólares a Mais" em relação á "Por Um Punhado de Dólares". O elenco é praticamente o mesmo, com Franco Nero novamente no papel do gringo mercenário, Jack Palance também com um personagem que lembra muito o do outro filme, só que ainda mais excentrico,e a escolha de Tomas Milian para o personagem El Vasco foi bem mais feliz que a do  filme anterior cujo personagem "Paco" parecia ter sido feito sob medida para ele. E há uma quantidade maior de personagens,que dentro da trama não se desenvolvem tão bem quanto em "Il Mercenário", mas oferecem cada um, um ponto de vista mais panoramico sobre a revolução. Ambos tem grandes cenas,principalmente nas de ação, mas ver Franco Nero matando a rodo, munido de uma metralhadora Gatling assim como fez em Django é muito muito especial. Outro grande acerto no filme em comparação ao anterior foi a cena final, quando o gringo resolve aderir a revolução, e volta quase chorando e vociferando a todos pulmões: vamos a matar companeros! Quanto a trilha sonora,os dois filmes estão empatados,as duas são maravilhosas.


08 | Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro | Lucio Fulci | 1966

Os westerns de Lucio Fulci são geralmente, westerns estranhos,que traz aquela atmosfera surreal que caracteriza seus filmes. É um diretor de estilo próprio,e seus westerns certamente não agradam a todos os públicos, onde a maioria dos fãs de spaghetti-western considerá-os demasiado fora dos padrões. Mas para outros,como eu por exemplo, acho genial como ele traz uma variedade de características para o oeste selvagem. Neste que é sua estreia no genero, ele começa muito bem, conduzindo sua narrativa lenta e chaia de momentos tensos com precisão. A singela trama do filme remete a uma premissa básica no genero a dos latifundiários que conseguem todas as propriedades que querem através da violencia e do terror. Os irmãos Tom e Jeffrey Corbert (Franco Nero e George Hilton) se unem para ir tomar de volta suas terras,que estão em posse dos Scott e seu exercito de capangas liderados pelo sádico Scott Junior, um dos mais excentricos vilões do Spaghetti western. Ele ironicamente vestido todo de branco,é um dos melhores achados do filme. É tão cruel e psicótico, que quase afusca a dupla Franco Nero e George Hilton que são emblemáticos no genero, mas fazem papéis razoáveis aqui como heróis que se mantem quase todo o filme passivos demais. É quando "Junior" aparece que surgem algumas das melhores cenas do filme, como a de abertura com a caçada impiedosa de "junior" aos pobres camponeses,a do duelo de chicotes e o  final,quando ele morre e pombas brancas voam simbolizando o retorno da paz. Genial. John Woo que o diga.


09 | Mannaja | Sergio Martino | 1977

Realizado quando o spaghetti western já era dado como morto, quando a fórmula já tinha gastado tudo que podia, e todas as grandes obras-primas do genero já tinham sido realizadas,"Mannaja" se baseia nas experimentações estilísticas dos anos anteriores, evitando os excessos comicos que tomaram conta da maioria das produções pós-Trinity,o filme tem um sólido equilíbrio de ação, drama e suspense. As cenas de luta em punhos,quando aparecem,são marcadas por atos de maldade como um pisar de botas na garganta de um homem com a cara na lama,em vez de Bud Spencer/Terence Hill a distribuir socos e pontapés com efeitos sonoros  de quem soca um balde. Não tem como não ver Mannaja e lembrar de Keoma,de um ano antes. O filme tem os mesmos elementos da obra-prima de Enzo G. Castellari:as cenas em slow motion e de extrema violencia alá Sam Pekimpah,o visual sórdido de uma cidadezinha enlameada,o melancólico folk rock de Guido & Maurizio De Angelis e o Maurizio Merlli que faz o tal Blade, é bem parecido com Franco Nero. Porem o filme guarda mais reviravoltas abre espaço para a paródia em alguns momentos, como os vilões por exemplo. Eles são amávelmente desprezíveis, particularmente o esguio Waller, com seu visual á Sartana e seus inseparáveis dobermans. Enfim, "Mannaja" é um excelente exemplo de um tardio spaghetti western do final dos anos setenta. O filme não só proporciona uma boa noção do que estava acontecendo com o Spaghetti western naquele momento, como também  grande  diversão.


10 | I giorni dell'ira | Tonino Valerii | 1967

Este aqui é um dos que também marcou minha adolecencia de cinefilo - iniciante - na frente da tv e " rato de locadora". A trama é simples, porem inteligente, gira em torno da relação pupilo/mestre, mas também traz a tona uma discursão sobre hipocrisia, ganancia e valores postos em cheque quando o assunto é a sociedade e seus representantes poderosos. O filme todo é um duelo de atuação e carisma por parte dos protagonistas, dois dos mais queridos astros do spaghetti: Lee Van Cleef e Giuliano Gemma. E só pela presença e atuação magistral dos dois, o filme já mereceria seu lugar de honra entre os melhores spaghetti de todos os tempos, mas além deles, o filme ainda reserva ótimas reviravoltas na trama e cenas memoráveis como por exemplo, a do encontro entre Talby e Wild Jack (lembrando bastante o estilo de Sergio Leone em Por Uns Dólares a Mais). O Duelo montado ou a cena final com o duelo entre pupilo e mestre, uma das mais bonitas cenas de enceramento do genero. A bela trilha sonora de Riz Ortolani  é uma das mais conhecidas e hit das coletaneas de spaghetti Western.



Joker: Hippies no Oeste selvagem, por que não?



Gli Specialisti  | Sergio Corbucci | 1969

Tenho grande apreço por este aqui, só não o inclui no top ten, pra não exagerar com tantos filmes de Corbucci, e também por se encaixar perfeitamente na categoria o "joker" desta rubrica. Porque pra mim é o mais subestimado da filmografia de Corbucci e o menos popular dos quatro  filmes que ele realizou no final dos anos 60. E é facil entender por que. É o mais estranho daquela leva. O filme traz além do clima sombrio e pessimista que sempre envolveu  seus filmes, e das costumeiras farpas simbólicas ao sistema burgués, aqueles contrapontos também típicos do diretor,mas um em especial,deixou até os mais fieis fãs atonitos: Os quatro hippies. Eles passam o filme todo passando uma sensação incomoda de que a presença deles não se fazia necessaria na trama. Isso dura até os momentos finais quando se tornam  imprecindíveis para o desfecho, em uma das melhores cenas do filme. A trama, que sem estas peculiaridades tipicamente corbuccianas, seria apenas mais uma historia de vingança como tantas do spaghetti western, traz o cantor Johnny Halliday, fazendo muito bem o temido pistoleiro "Hud", que depois de uma longa temporada (onde?) volta a terra natal,para ivnestigar a morte do irmão, que foi linchado pela população da cidade, acusado de ter roubado o dinheiro do banco,que ele faria a escolta. Então fica claro já no começo do filme, que o o alvo da vingança de "Hud" não é a bela vilã Virginia Policutt (a dona do banco, e que usa o sexo tanto quanto o dinheiro para manipular a cidade), muito menos o bandido mexicano "El diablo", mas toda a cidade de Blackstone, porque foram eles que lincharam seu irmão e sabem que  "Hud" está voltando para se vingar. Realizado um ano depois de "Il Grande Silencio" o filme é igualmente sombrio, trágico e violento ao seu antesessor. Realizado nos Alpes,"Gli Specialisti" tem algumas das mais belas imagens já vistas no Spaghetti Western, onde o diretor abusa de deslumbrantes angulos e movimentos de camera, além é claro, dos habiatuais super-closes ao longo de todo o filme.




A evitar: Nunca julgue um pistoleiro pelo apelido.


Djurado | Giovanni Narzisi | 1967

O belo vulgo do personagem principal, Djurado parece querer sugerir algo parecido com um Garringo, Shango, Cjamango, Mannaja ou qualquer um destes tantos sub-Djangos. Pois o filme em nada lembra estes citados. Parece que a intenção era imitar o estilo de  westerns mais leves e comicos como os estrelados por Giuliano Gemma, mas que na verdade lembra mesmo o pior de Demofilo Fidani ou algum episódio do "Chapolin colorado" ambientado em um velho oeste de mentirinha. Atores fracos e enespressivos trama confusa e uma narrativa rapida demais, faz deste filme um penoso exercicio de paciencia. Salvam-se apenas o belo cast de beldades, mas ainda assim muito pouco. Apenas para fanáticos do género.

05/03/2012

Os spaghettis da minha vida | David Furtado @ Wand’rin’ Star


O último fã a ser capturado nas nossas malhas foi o David Furtado, blogger português que recentemente se lançou na blogosfera com o seu Wand’rin’ Star e que de quando a quando também vai publicando material no c7nema. O western-spaghetti segundo a clarividência do nosso amigo David:


Obrigado ao Pedro Pereira pelo convite e os meus parabéns a este blogue pela dedicação ao western spaghetti.

Comecei por ver a trilogia dos dólares, na adolescência, por ser fã do Clint Eastwood. Estes filmes eram vistos com desprezo. É uma “italianada”, é “esparguete”. Era uma advertência. “Vai levar isso? É italiano.” “Porquê, não posso?” “Estou só a avisar…” Eram coisas que se ouviam nos videoclubes. Eram difíceis de arranjar e, quando se arranjavam, a imagem era tão desfocada que parecia vista através de gaze, o pan & scan era horrendo e as editoras eram obscuras, tendo-se empenhado pouco em tais edições. Pelo menos, é a memória que tenho. Isso desmotivou-me.

Muitos anos depois, um bocado saturado do cinema americano feito a metro, ainda ouvia os clichés (atuais) do “só os americanos é que sabem fazer cinema” ou “realmente, são os melhores”. Agora, havia mais oferta e surgira o DVD. Explorei outros cinemas e descobri o italiano, especialmente o terror e os seus mestres. Seguiu-se o giallo, o western spaghetti e o euro-crime.

No que toca aos westerns, já tinha visto imensos de John Wayne, John Ford, Eastwood, dos clássicos aos desconhecidos. A partir de certa altura, a fórmula tornou-se cansativa. Recordo um, "Forty Guns", de Samuel Fuller, que quebrou os estereótipos em 1957. Nos EUA foi condenado pela brutalidade, na Europa, elogiado pelo “vigor estilístico”. E é aqui que entra o western spaghetti.

Estes filmes começaram por ser uma imitação dos americanos, como sabemos, e muitos realizadores eram fãs. Mas, no processo, tornaram-se um género à parte, com um humor próprio, uma brutalidade que nunca se veria nos EUA, e um modo operático de contar as histórias, já que o enredo de uma ópera não é um exemplo de pacifismo, refira-se. Ao passo que, nos westerns americanos, as coisas se tornam previsíveis, excetuando casos como "Forty Guns" ou "Monte Walsh" (1970), nos italianos, há aspetos tão inesperados que se tornam tragicómicos ou hilariantes; a abordagem é mais baseada na criatividade do que no orçamento, o que originou obras-primas.

Examinei recentemente no meu blogue a filmografia de Sergio Leone, e acho difícil ordenar a trilogia dos dólares. Como é óbvio, vários filmes ficaram de fora.



Os 10 favoritos:

01 | C'era una volta il West | Sergio Leone | 1968

Por um lado, transcendeu o género, por outro, é uma obra-prima com temas mais abrangentes. Se houvesse uma ordem cronológica nas histórias dos diversos westerns (spaghetti ou não) este viria em último. Um dos coargumentistas foi Dario Argento, outro dos meus realizadores favoritos.


02 | Per qualche dollaro in più | Sergio Leone | 1965

O primeiro filme em que Leone aprimora o seu estilo. Tem o grande ator Gian Maria Volonté como vilão. (Já o vi em papéis totalmente opostos, com igual brilhantismo.) Lee Van Cleef finalmente mostra que pode protagonizar um filme, depois de inúmeros papéis secundários nos EUA. Apesar de inseguro nas filmagens, não deixa que isso transpareça. Clint é o “árbitro” de uma história de vingança, mas o ‘Coronel’ é a personagem mais humana e Van Cleef tornar-se-ia um ator de culto.


03 | Il buono, il brutto, il cattivo | Sergio Leone | 1966

Eli Wallach (Tuco) é a mais pitoresca das personagens. Clint e Lee tornam-se quase secundários face ao talento de Wallach, mas todos são peças deste “bailado de morte”, como lhe chamava o realizador. O duelo a três, no final, é das minhas cenas favoritas e termina a trilogia de maneira perfeita.


04 | Per un pugno di dollari | Sergio Leone | 1964

O filme que fundou o género, a par de ‘Django’, que, quanto a mim, tem uma importância mais histórica do que cinematográfica. Com um orçamento ínfimo e ainda que baseado em ‘Yojimbo’, Leone conseguiu criar uma obra que despoletou centenas, mantendo um estilo identificável. Também fulcral devido ao lançamento de Ennio Morricone e Clint Eastwood.


05 | Vamos a matar, compañeros | Sergio Corbucci | 1970

Franco Nero, Jack Palance e Tomas Milian numa aventura imaginativa e divertida, onde a amizade e a solidariedade andam de braço dado com os tiroteios. Nero muito mais expressivo do que em Django, a anterior colaboração com Corbucci. No papel do ‘Sueco’ compõe uma dupla hilariante com Milian, ‘El Vasco’. Outra banda sonora excelente de Morricone, muito diferente da trilogia dos dólares. Quando finalmente apanham o irritante falcão de Jack Palance e o animal roda no espeto, servindo de alimento ao grupo, Fernando Rey lamenta-se: “É um Vultures Loricatus. É bastante raro e tem uma inteligência quase humana.” “É por isso que sabe a m*****!” retribui Tomas Milian. Impagável.


06 | La resa dei conti | Sergio Sollima | 1966

O primeiro papel de Lee Van Cleef, sem ser dirigido por Leone. Mostra as qualidades narrativas de Sollima, o carisma de Van Cleef e novamente Milian, o bandido mexicano ‘Cuchillo’. Os protagonistas têm uma química extraordinária e Tomas Milian (outro emigrado para a Europa e que teve um sucesso enorme em Itália) mostra que, se tivesse singrado no mercado americano, seria hoje muito mais conhecido. “Nunca me vais apanhar sozinho! Entendeste? Nunca! Sozinho, nem sequer apanhavas um caracol manco!”, diz ‘Cuchillo’ a Van Cleef. A personagem criada por Milian foi tão marcante que regressaria noutro filme. (O que sucedeu várias vezes na carreira do ator.)


07 | Faccia a faccia | Sergio Sollima | 1967

Junta-se Gian Maria Volonté a Tomas Milian, (com um visual insólito) e sob a direção de Sollima, com um argumento invulgar, e obtém-se um filme que aprofunda aspetos como a moralidade e nos mostra que nem sempre aqueles que estão do lado certo da lei são os piores. Mais uma atmosférica banda sonora de Moriccone. Lamento que este filme seja tão difícil de encontrar em DVD na versão integral com boa qualidade.


08 | ¿Quien sabe? | Damiano Damiani | 1967

Um “western Zapata” tendo como contexto a Revolução Mexicana, realizado pelo genial Damiano Damiani, que se celebrizaria ao explorar a corrupção policial e política ao longo dos anos 70. Gian Maria Volonté, num papel excelente e totalmente contrastante com outros trabalhos da época, dá-nos um retrato algo cómico mas de moralidade complexa. Houve bastante cuidado na produção, que se nota em pormenores como o uso do tema “La Adelita” (aliás, uma personagem tem este nome) homenagem às mulheres que, durante a Revolução, tanto tratavam dos filhos e cozinhavam como eram capazes de pegar numa espingarda e abater soldados.


09 | Keoma | Enzo G. Castellari | 1976

Franco Nero volta a trabalhar com Castellari, tendo ambos recebido o argumento à última da hora. Como lhes desagradou, o guião foi reescrito diariamente, com atores e equipa técnica a darem sugestões. O que podia, consequentemente, cair no descalabro, tornou-se num filme coeso e até brilhante, filmado com imaginação, onde não escapam as metáforas religiosas – recordo a imagem de ‘Keoma’ crucificado pelos irmãos ou a figura do pai. Ainda por cima, foi realizado quando os western spaghetti já não estavam no auge. Alguma influência de Sam Peckinpah nas cenas de ação.


10 | I quattro dell'Apocalisse | Lucio Fulci | 1975

Talvez o mais sádico e brutal dos western spaghetti, ou não fosse realizado por Fulci. Uma história de companheirismo, ensombrada pela personagem de ‘Chaco’, outra criação de Tomas Milian, em que este se inspirou em Charles Manson. Fabio Testi, Lynne Frederick e Michael J. Pollard completam (bem) o elenco.




Joker: Menosprezado!

Giù la testa | Sergio Leone | 1971

Só não o inclui na lista para não exagerar a presença de Leone, mas esta obra, algo menosprezada, foi um dos melhores westerns produzidos em Itália durante este período, devido às prestações de James Coburn, Rod Steiger e a um orçamento maior do que o comum. É o primeiro filme em que Leone puxa as rédeas ao estilo e se preocupa mais com as personagens.




A evitar: Há muito pior, mas não aconselho!


Una Pistola per Ringo | Duccio Tessari | 1965

Um argumento débil e desinteressante, com uma realização apressada e algumas reviravoltas sem pés nem cabeça. Por que motivo o xerife e a tropa não atacam o rancho mais cedo, já que este está tão desprotegido? Porquê tantas cenas de interiores repletas de diálogos para preencher tempo? O carisma de Giuliano Gemma é inegável e a sequela é superior, pelo que sei (não a vi). Interpretações entre o medíocre e o mediano. Há muito pior, mas não aconselho esta obra a quem se queira iniciar neste (fantástico) género.




Menções especiais:
Mais alguns que também merecem ser vistos!

Corri, uomo, corri | Sergio Sollima | 1968

O regresso de ‘Cuchillo’ (Milian) numa obra inferior a La Resa dei Conti, mas repleto de momentos de humor. Grande entretenimento. “Señorita Sargeant!!”




Tepepa | Giulio Petroni | 1968

Orson Welles e Tomas Milian contracenam neste western Zapata. Milian ficou desiludido com o gigante americano que admirava. Quando lhe perguntou, “Sr. Welles, onde quer que fique nesta cena, aqui ou ali…”, a resposta foi “fica onde não te veja!”. Circula o rumor de que Welles realizou todas as cenas em que participa, o que, a ser verdade, é um total desrespeito para com o realizador. Milian é mais um camponês que combate os “rurales”, em tempo de Revolução, tornando-se líder. Outro papel para a sua galeria de personagens. No elenco, John Steiner, outro ator extremamente versátil.


Da uomo a uomo | Giulio Petroni | 1967

Outra história de vingança protagonizada por Lee Van Cleef e John Philip Law (Diabolik). Van Cleef, infelizmente, entraria em filmes casa vez mais medíocres com o passar dos anos, excetuando
Sabata. O seu cachimbo, o nariz de falcão e o olhar malicioso já garantiam ao público um bom filme, pelo que a década de 70 foi uma desilusão.


Mannaja | Sergio Martino | 1977

O único western em que participou Maurizio Merli, o ‘Comissário de Ferro’, mais conhecido pelos policiais anos 70, que aqui surge como um perito em machados. Sergio Martino, também celebrizado pelos gialli realiza com segurança e, para vilão, o inconfundível John Steiner.


Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro | Lucio Fulci | 1966

Franco Nero e Fulci juntos num filme incomum, com uma atmosfera pesada. Um ‘Django’ ainda mais sinistro, ainda que sem a arrastar o caixão…



13/02/2012

Os spaghettis da minha vida | Caio de Freitas Paes @ HQ Subversiva


Poder-se-ia dizer que a vigésima participação nesta rubrica foi sacada a ferros. Pois é, o nosso amigo Caio de Freitas Paes, blogger responsável pelo HQ Subversiva, baldou-se durante algum tempo mas a introspecção vê agora a luz. Sigam o blogue do Caio em http://hqsubversiva.wordpress.com e fiquem então a conhecer quais os seus westerns-spaghetti favoritos:

Bem, depois de uma demora de mais de um ano, finalmente criei vergonha na cara e decidi elencar os spaghettis da minha vida. Em primeiro lugar, claro, ressalto que é uma honra ter sido convidado a fazer minha singela lista de filmes essenciais do gênero – que vocês verão, logo abaixo, que é dominada pela trinca de Sergios (Leone, Corbucci e Sollima).

Meu primeiro contato com o spaghetti western foi nos áureos tempos de Sessão da Tarde, aqui no Brasil, na primeira metade dos anos 90: a dupla Terence Hill e Bud Spencer dominava as tardes da molecada, recheando a tela com bom humor e belos sopapos aqui e acolá. Não tinha como não gostar! Já muitos anos depois, na metade dos anos 2000, já acompanhava com mais afinco a sétima arte. Gostava muito dos filmes de ação, e não me lembrava em particular de nenhum western. Eis que meu pai chega, ostentando uma cópia em DVD de "Por Uns Dólares a Mais", me dizendo que era um ótimo filme, que eu precisava ver. Minha vida, a partir dali, nunca mais seria a mesma.

Depois de "Per Qualche...", procurei outras obras de Leone, e depois vieram os de Corbucci, Castellari, Sollima, Barboni... sei que ainda tenho muitos spaghettis a ver. E muitos para rever, com certeza, por toda a minha vida. Espero que gostem da minha lista e que, claro, me perdoem por deixar tantas obras-primas de fora, porque apenas 10 filmes são pouco pra traduzir meu amor pelos spaghetti!



Os 10 favoritos:

01 | Il buono, il brutto, il cattivo | Sergio Leone | 1966

Não o considero a obra suprema do mestre Leone, mas este filme tem um valor sentimental inestimável para mim. Inúmeras sequências inesquecíveis, a melhor trilha sonora de Morricone (na minha opinião), uma trinca de peso com Wallach-Eastwood-Cleef, diálogos memoráveis e, para mim, a melhor sequência da história do cinema: o final apoteótico.


02 | C'era una volta il West | Sergio Leone | 1968

Racionalmente, não hesito em afirmar que este é um dos filmes mais perfeitos de toda a história do cinema. Personagens bem desenvolvidos, narrativa cativante, trilha sonora soberba e nenhuma, repito, nenhuma cena “gratuita”. O filme é redondo, extenso e maravilhoso. Não à toa ficou por mais de dois anos em cartaz em um cinema francês à época de seu lançamento. Quisera eu ter tido a oportunidade de vê-lo na telona...


03 | Keoma | Enzo G. Castellari | 1976

Da extensa e variada filmografia de Enzo Castellari, Keoma é dos seus melhores filmes. Uma história extremamente poderosa condensada num filme que marcaria o gran finale do western spaghetti – não que os filmes do gênero tivessem sido encerrados, mas já estavam em uma curva descendente de qualidade e sucesso de público. Castellari fulmina o espectador com diversas cenas memoráveis, com câmeras lentas dignas de Sam Peckinpah e um clímax sensacional. Destaque também para o elenco estelar, com William Berger, Olga Karlatos, o veterano Woody Strode e, claro, o inigualável Franco Nero.


04 | Faccia a faccia | Sergio Sollima | 1967

Encabeçado pela trinca Tomas Milian, Gian Maria Volonté e William Berger, Sergio Sollima realiza um western politicamente engajado e sensacional. A história do professor pacifista e do revolucionário violento que são colocados no mesmo rumo e alteram um ao outro é maravilhosa! E, como não poderia deixar de ser, o final também é memorável.


05 | Il grande silenzio | Sergio Corbucci | 1968

Corbucci foi, sem sombra de dúvidas, um dos diretores mais sombrios, pessimistas e engajados do spaghetti. E Il Grande Silenzio é, talvez, seu conto mais triste, cru e poderoso. As gélidas montanhas, Klaus Kinski personificando um dos piores vilões que já vi no cinema, um protagonista calado pela violência e brutalidade do mundo personificado por Jean-Louis Trintignant e um dos finais mais poderosos do gênero. Genial.


06 | Un Dollaro Bucato | Giorgio Ferroni | 1965

Giuliano Gemma é, aqui no Brasil, um dos ícones para os fãs do “bangue-bangue à italiana”, como o spaghetti é conhecido por estas bandas. Pra mim, este é o seu melhor filme, com certeza: uma trilha inesquecível de Morricone, e uma grande história de vingança. Sem, claro, deixar de lado a crítica às aparências que a sociedade cria. Filmaço!


07 | Per qualche dollaro in più | Sergio Leone | 1965

Outro filmaço na conta de Leone. Depois de “fundar” o gênero, o italiano experimenta mais, ousa mais e o faz com maestria! Cleef, Volonté e Eastwood encabeçam o elenco poderoso do filme, que mostra uma grande história e ainda contém o “ensaio” do triello visto em "Good Bad Ugly". E, além disso, tem valor inestimável para mim: por causa dele que amo o spaghetti.


08 | Il Mercenario | Sergio Corbucci | 1968

Sou dividido entre este filme e "Vamos a Matar, Compañeros". Há muitas semelhanças entre ambos, mas acho os personagens deste aqui mais bem criados e desenvolvidos por Corbucci. É dos filmes essências do chamado Zapata western, claro, tão típico de Corbucci. Destaque para o duelo na arena de touradas, e a trilha (mais uma vez) magistral de Morricone.


09 | La resa dei conti | Sergio Sollima | 1966

Numa terra tão vasta, onde as aparências falam por si só, como descobrir a verdade, quando ela escapa do óbvio ululante? Sollima trabalha com estas questões de forma sensacional neste western, encabeçado por ninguém menos que Milian e Van Cleef. A trilha de Bruno Nicolai e Morricone é das melhores que já ouvi, e o filme tem sequências sufocantes e inesquecíveis, como a perseguição nas áridas montanhas do Oeste e, claro, os duelos. Cuchillo é, com certeza, o personagem mais esguio do cinema!


10 | I giorni dell'ira | Tonino Valerii | 1967

Lee Van Cleef e Giuliano Gemma protagonizam uma grande história que envolve não apenas vingança, como também a relação mentor-aprendiz. Com uma trilha sonora sensacional feita por Riz Ortolani, e ótimas sequências – como o duelo a cavalo -, "Giorni dell’ira" é outro filmaço! Valerii, que fora diretor de segunda unidade de Leone em "Por um Punhado de Dólares" e "Por uns Dólares a Mais", mostrou que aprendeu bem com o mestre.



Joker: O super-herói do Velho Oeste!

Ehi amico... c'è Sabata, hai chiuso! | Gianfranco Parolini | 1969

O grande Lee Van Cleef que, em Hollywood, sempre fora ator coadjuvante, encontrou nos faroestes italianos seu oásis. Teve o destaque que lhe era merecido e, para mim, "Sabata" é dos seus filmes mais divertidos. O personagem que dá nome ao filme, vivido por Cleef, é praticamente um super-herói do Oeste! Inteligente, esguio e certeiro com suas inúmeras pistolas, Sabata é dos personagens mais legais do spaghetti western, com certeza.



A evitar: Nem sempre grandes nomes garantem bons filmes...


Los Amigos | Paolo Cavara | 1972

Um spaghetti encabeçado por nomes do quilate de Franco Nero e Anthony Quinn não pode ser ruim, certo? Errado! O filme tem uma narrativa completamente sem-pé-nem-cabeça, os personagens são extremamente mal trabalhados, o “humor” da obra é sem graça e nem a ação compensa! Tive que vê-lo em duas ocasiões diferentes para tentar gostar do filme: não consegui. Péssimo!



Menções especiais: Mesmo sem caber na lista, aqui vai minha menção especial a outros grandes spaghettis que merecem atenção!

...E per tetto un cielo di stelle | Giulio Petroni | 1968

Das sequências iniciais mais lindas e poderosas do spaghetti
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Per un pugno di dollari | Sergio Leone | 1964

Por dar início ao gênero, e, de quebra, mostrar ao mundo quem eram Leone, Morricone e Eastwood.




Lo chiamavano Trinità | Enzo Barboni | 1970

Deu início ao spaghetti mais cômico; mesmo que este possa ter sido o “início do fim” da época áurea dos faroestes italianos, é uma bela comédia, e a dupla Spencer-Hill é hilária!



Da uomo a uomo | Giulio Petroni | 1967

Vingança, bruta, poderosa, à cavalo!